La grande predatrice della Janca.

Scultura in serpentinite della Valle Elvo (Bi). Peso Kg 12,300 misure: h. cm .43x.24x 16.

La Janca: è il torrente che nasce dal Mombarone, attraversa il territorio di Bagneri e confluisce nell’Elvo poco più a Sud.

La confluenza della Janca con l’Elvo.

La più grande predatrice del nostro torrente è la trota Fario: essa non si nutre solo di insetti, rane e piccoli roditori, ma è pure cannibale.

Nel mio immaginario l’avevo sempre vista come ambito bottino dei pescatori amatoriali ma, studiandone l’anatomia per scolpirla, mi sono resa conto che assomiglia di più al mostro di Pinocchio; Un luccio o una murena non so se fanno spavento quanto lei, vista da vicino.

Di seguito le fasi di lavorazione.

origine: Kg 37 di serpentinite, durissima.

La Volpe a Bagneri ed io…

Qualche volta la volpe, quassù a Bagneri, mi permette di guardarla.

Spesso sento un formicolio alla nuca e mi sembra di vederla, tra gli alberi, che mi osserva; non ne sono mai certa, potrebbe essere un’ombra o un gatto. Quando dal più assoluto silenzio si sente un gran abbaiare di cani proprio in quel punto e persino l’asino Marte accorre e pesta gli zoccoli a terra con gran disappunto penso che, no, non era un gatto.

So per certo che la volpe , negli anni, ha fatto visita volentieri al pollaio del Pier Enrico e del Vildo e so anche che ha incontrato qualche cucciolo di gatto selvatico…ahimè..

E ogni volta che dalla mia casa al Borgo vedo il mio paesaggio preferito, la dorsale boschiva che sale da Muzzano fino alla croce Carisey sopra le cascine del Buscajun, so, senza ombra di dubbio, che finché lì vive la volpe la magia del bosco e i suoi segreti continuano a esistere e ad essere custoditi.

Di seguito le fasi di lavorazione : dal blocco di origine ( trachite di Fordongianus, peso 400 kg, misure in cm l. 85, h.70, p.40) alla scultura finita.

Gli abitanti delle Alpi in primavera- parte ||a

le sentinelle della primavera

La mia collezionista.

Questa mia collezionista possiede in casa sua una vasta collezione di uccellini, di ogni forma e dimensione: le mancavano solo quelli in pietra di torrente. Colgo l’occasione per mostrare, a chi avesse voglia di soffermarsi e guardare, quale sia la magia pittorica delle pietre del nostro territorio, che in questo caso racchiudevano il colore e la grazia dei nostri uccellini, nelle loro diverse specie.

The fra le sculture (il delfino alla sinistra è un regalo che mi ha commissionato per la nipote)

Di seguito le fotografie degli animali in natura, le sculture finite e i miei disegni preparatori, con la pietra scelta.

cincia dal ciuffo

codirosso comune

passerotto comune

Di seguito la rondine e il rondone maggiore che volano radenti al soffitto di casa: la prima, a differenza delle altre, è volata in un’altra casa.

“IL FARO”

Romina aspetta la sua bambina, Olivia Zoe, da otto mesi: verrà alla luce a maggio, insieme alla bella stagione. E’ già mamma di Leonardo: tre anni e mezzo compiuti oggi.

Mi ha chiesto il regalo per l’amore della sua vita, suo marito Giacomo: “…padre presente, passa notti insonni per farmi riposare, cambia pannolini, si commuove, è in grado di sostituirmi in tutti i lavori di casa: è il mio FARO, la mia roccia”.

Ho quindi realizzato, su commissione per lei, un faro in oficalcite, le cui venature sono come la schiuma del mare. Vista la passione per la geologia di Giacomo, la pietra che ho scelto è un reperto del perduto oceano Ligure-Piemontese, risalente a duecento milioni di anni fa.

il FARO finito.

La Voce del Torrente…

Questa è una leggenda di montagna, narra di un luogo aspro e selvaggio: era una profonda gola scavata negli anni da un torrente che con il suo gorgogliare impetuoso scendeva dalle alte vette. In quel luogo non cresceva alcuna vegetazione e vi erano solo grandi e fredde rocce che ostacolavano il passaggio delle limpide acque. Le genti, che vivevano quei monti, temevano la spaventosa gola, tanto che iniziarono a credere che quella fosse la bocca dell’Inferno. Nessuno osava avvicinarsi ed i rumori sordi, che provenivano da quei massi, facevano rabbrividire anche il più coraggioso dei montanari, che si sa essere uomini duri che assai poco temevano. Ma tra quelle valli, abitava una donna dagli occhi verdi, una donna che “sapeva il fatto suo”, come si soleva dire tra quelle montagne. Un giorno, spinta da una misteriosa forza, si inoltrò tra quei dirupi e si accorse che quel rumore, che in lontananza riecheggiava e tanto faceva paura, se ascoltato con il cuore, non era altro che il suono delle pietre, che conservavano in sé lo spirito della montagna e la memoria dei tempi passati. Le pietre le sussurrarono ciò che mai, fino a quel momento, avevano rivelato ad altro essere umano, perché videro in lei quel dono, ormai raro e difficile da trovare, di saper ascoltare e comprendere la Natura. E, guidata da quel suono, iniziò a far rivivere quei grandi massi, scolpendoli e dandogli la forma che rispecchiava la loro anima. C’erano pietre donne, pietre aquile, pietre corvo, pietre marmotte. Insegnò, attraverso quelle sculture, che ogni roccia, ogni sasso, ogni pietra ha una sua anima, una sua bellezza e una sua storia. Le genti iniziarono così a non temere più quella gola e si narra che nelle notti, da quel luogo, provenisse un canto melodioso. C’è chi dice, ancora oggi, che son le pietre che, cantando, ringraziano la donna dagli occhi verdi per averle ascoltate e ridato loro voce e rispetto.

E nelle leggende c’è sempre qualcosa di vero
Dedicata a 
Cecilia Martin Birsa, scultrice di Bagneri, che ammiro e ringrazio, perché attraverso la sua arte, sa davvero dar voce alle nostre montagne e alla Natura.

Elena Anselmo

l’origine, roccia del torrente Oropa, peso Kg 30.00
e alcune fasi di lavorazione

il Mucrone visto dal mio laboratorio ( imbiancato al 5 di aprile), da dove è nata la roccia per questa scultura.

Donna india Quequa con il suo Aguayo.

Quando ho trovato, lungo la piana del torrente Elvo, questa pietra rosso argilla, dura più del ferro, antica come la notte dei tempi, ci ho intuito subito il volto di un’indiana.

L’ho lavorata di puro istinto, seguendo i tratti che io vedevo nella pietra, fino a quando mi sono dovuta fermare… sopra la testa sua c’era una zona talmente dura (più dura ancora di tutte le pietre che ho lavorato finora, il che onestamente è tutto dire..) che non riuscivo a togliere.

Mi sono fermata a riflettere e ho osservato i lineamenti che il mio inconscio (o forse i ricordi nascosti di diapositive che mia zia , con la sua passione per i viaggi nei luoghi più impervi del mondo,mi avrà mostrato da bambina?) ha portato alla luce e ho capito: è una donna indios Quechua,quelle donne montanare e affascinanti, le si può vedere al mercato di Cuzco, in Perù, o a quello di Ambato, Ecuador, o a La Paz o sul lago Titicaca.

E quelle donne portano sempre appresso il loro Aguayo, che è sinonimo del Rebozo messicano, del Kanga africano, del Mei Tai cinese, dell’Onbuhimo giapponese, del Podeagi koreano: le donne delle minoranze etniche, delle popolazioni più antiche di tutto il mondo usano uno scialle, un semplice pezzo di stoffa che si cuciono e si tessono da sole e lo adoperano per tutti gli usi necessari alla vita: ci avvolgono i neonati, lo portano sulla schiena, ognuna di loro dal sud est asiatico,all’India, all’Africa, al Perù, al Messico con un semplice pezzo di stoffa sostengono il mondo intero.

Medium: roccia magmatica, Ignimbrite, peso Kg 20,00- cm 20x30x16

Il CAPPELLO ALPINO per Giorgio Barbera

Uno scultore, io ritengo, ha il dovere di indagare la realtà nelle sue infinite sfaccettature e da ogni angolazione…

Non conta l’apparenza, non va bene lavorarla da un lato solo o inciderla appena, contano i volumi e le proporzioni.

Questo cappello, piuma compresa, l’ho ricavato da un unico blocco di pietra, togliendo poco per volta, fermandomi prima che si fratturasse.

Ho scelto questo Verde Alpi della cava Mecca a Issogne , perchè contiene tutto il fascino della Valle d’Aosta e ha il colore della Dora

Eccomi in basso a destra mentre scelgo fra le oficalciti ( brecce ad elementi di serpentinite e cemento marmoreo, originate sul fondo dell’oceano perduto giurassico)

Questo cappello alpino me l’ha commissionato Elisa Barbera come regalo per il suo papà Giorgio, che fu Alpino nella Scuola Militare Cesare Battisti di Aosta ed ora, con la figlia, proprietario delle cave Barbera che si trovano lungo il torrente Elvo, dove scelgo le pietre per le mie sculture.

Due anime in un nocciolo.

Qualche mese fa due amici mi chiesero due “Madonnine del Piumin” in pietra e io, guardandomi attorno in cerca di due pietre adatte, mi accorsi di avere nel mio laboratorio una magnifica serpentinite, che, a causa di un’importante frattura che la percorreva a metà, faticavo a “decifrarla”: quello che in apparenza poteva essere un difetto si è rivelato una poesia, al contrario.

Mi ha ricordato le parole del mio maestro Placido Castaldi riferite al suo amico Mario, detto il “Povero Mugnaio”, caro amico anche mio e uno dei due committenti delle Madonnine ” Io e il mugnaio” diceva Placido “siamo due anime in un nocciolo“..

La pietra, alta solamente 29 cm , mi ha imposto, per la logica delle proporzioni di lavorare i volti delle Madonnine della grandezza di un’unghia. E’ una sfida notevole lavorare nel piccolo le pietre dure, sarebbe stato più’ facile scegliere due pietre diverse, ma meno suggestivo e meno prezioso, non all’altezza di un vero amico, uno dei regali più belli della vita.

Medium: serpentinite


Dimensioni della piu’ piccola a sinistra: cm. h29x13x12 peso kg : 4,200
Dimensioni della Madonnina a destra: cm.h30x15x14 peso Kg: 6,400